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domenica 20 luglio 2014


Le piccole grandi città d’Italia

Le  piccole città in Italia: una realtà tanto diffusa quanto misconosciuta e da valorizzare


    Leggevo, qualche giorno fa, un articolo di Piero Ottone che descriveva un’esperienza positiva di un suo conoscente che, di passaggio in una città italiana, aveva potuto riscontrare comportamenti civili in un ambiente sereno e confortevole; l’autore quasi se ne scusava, non essendo usuale per i media riportare esperienze positive, perché ritenute non-notizie.
   L’episodio descritto nell’articolo si riferiva a una grande città (Milano, presumo), ma questa lettura mi ha dato lo spunto per una diversa riflessione: se vogliamo trovare nel nostro Paese esempi di civiltà e buona qualità della vita, non dobbiamo guardare le metropoli, ma i tanti piccoli e medi centri urbani. Pochissima attenzione è dedicata dai mezzi di comunicazione a queste realtà, così diffuse nel territorio e così misconosciute. Eppure, l’84% degli italiani (oltre 50 milioni) vive in città con meno di 200.000 abitanti: ed è in queste città che possiamo riscontrare numerosi casi di buon governo locale, di civismo degli abitanti, di servizi efficienti; città, si usava dire con espressione ormai un po’ logora, “a misura d’uomo”. Non fanno notizia? Certo, se le cose funzionano non si sa che cosa dire, i cronisti e le telecamere arrivano a frotte nelle piccole città solitamente tranquille soltanto quando vi succede qualche fatto da cronaca nera; con l’inevitabile seguito di interviste demenziali ai vicini di casa della vittima (solare, piena di voglia di vivere) e dell’assassino (una persona tanto per bene). Si, conosciamo le regole del giornalismo: le famose 5 w, il cane che morde un uomo che non fa notizia, eccetera; ma non mi pare giusto ignorare la quotidianità di queste realtà, forse è proprio grazie ai 50 milioni di italiani che vivono e lavorano “in provincia” che questo Paese in qualche modo va avanti.  Non posso e non voglio riportare degli esempi: l’elenco risulterebbe al tempo stesso troppo lungo e troppo limitato, dal momento che l’esperienza diretta di una singola persona non può che essere estremamente parziale. Ma sarebbe bello che, non da giornalisti, ma da cittadini, ciascuno di noi, guardandosi intorno, provasse a scoprire alcune di queste realtà positive e, magari, le facesse conoscere: sono convinto che dall’insieme delle testimonianze scaturirebbe un’immagine del nostro Paese migliore di quella che usualmente gli viene attribuita. Sia chiaro, però, che con queste riflessioni non intendo riproporre la vecchia idea del “piccolo è bello”. So benissimo che piccolo può essere brutto, bruttissimo; voglio solo dire che nel piccolo è più probabile ritrovare dei buoni esempi.



sabato 25 maggio 2013

Un patto per gli investimenti

La crescente disoccupazione , in particolare giovanile, è certamente per unanime convinzione il più grave problema dell’Italia di oggi; altrettanto generalizzata mi pare l’opinione che per generare nuova occupazione si debbano avviare nuovi investimenti. Il settore pubblico può certamente agire in questo senso, ma la limitatezza delle risorse disponibili rende comunque insufficiente l’intervento dello Stato e degli Enti pubblici: indispensabile quindi un forte impegno delle imprese. Pur nella generale situazione nazionale di grave difficoltà e disagio del mondo della produzione di beni e servizi, esistono tuttavia tante imprese di successo, di medie e grandi dimensioni, sufficientemente “robuste” dal punto di vista finanziario, in grado di sostenere politiche di sviluppo. Penso quindi che si potrebbe chiedere a questo tipo d’imprese a quali condizioni potrebbero compiere un ulteriore sforzo, coordinato e stimolato dallo Stato, per incrementare il volume dei loro investimenti (ad esempio, di almeno il 10%) rispetto a quanto già previsto dai rispettivi piani industriali. Un impegno congiunto in questo senso, orientato in particolare alla ricerca e all’innovazione, potrebbe generare importanti sinergie a beneficio di tutto il sistema produttivo del nostro Paese. Si tratterebbe in sostanza di “mettere attorno a un tavolo” le migliori imprese italiane e chiedere loro un impegno aggiuntivo con un’azione di moral suasion integrata, al più, da limitate incentivazioni fiscali e/o da semplificazioni normative e/o agevolazioni creditizie, curando naturalmente che il tutto avvenga con modalità trasparenti, non discriminatorie, e tali da rispettare le normative dell’UE in materia di aiuti di Sato. L’operazione andrebbe condotta, ovviamente, coinvolgendo le organizzazioni imprenditoriali e le Regioni, in quello che potrebbe definirsi un grande “patto nazionale per gli investimenti”.

mercoledì 10 aprile 2013

I dieci saggi: un programma col timer

E’ abbastanza facile criticare la scelta del Presidente Napolitano di costituire il cosiddetto comitato dei saggi; infatti, in molti si sono esercitati nel demolire, più o meno rispettosamente, questa scelta indubbiamente del tutto inusuale e atipica, vista dai più come strumento per guadagnare tempo. Ma, a parte il fatto che a volte in politica anche guadagnare tempo può essere una scelta giusta, cerchiamo di vedere gli aspetti positivi di questa mossa giustamente definita “creativa”. Il contesto, ben noto, è una situazione di stallo determinata dai veti reciproci posti dalle tre forze politiche fra le quali è ripartita la rappresentanza parlamentare: in tale contesto, se le parti restano compatte, nessuna maggioranza di governo è possibile. La decisione di Napolitano tenta allora di spostare l’attenzione sui contenuti, puntando a creare le condizioni che portino a delineare un programma di governo che possa costituire una sorta di “minimo comune denominatore” tra le parti. Se il gruppo dei dieci saprà lavorare bene, potrà formulare una proposta di programma di governo in grado di raccogliere un consenso ampio e trasversale. La proposta dovrebbe però essere molto chiara, sintetica, con obiettivi precisi e per quanto possibile quantificati; e, soprattutto, corredata da un calendario : precise scadenze per ogni obiettivo. Una proposta del genere, soprattutto se accompagnata dalla scelta di un candidato premier di alto profilo e non di parte, potrebbe forse superare le contrapposte rigidità e consentire la formazione di un governo sufficientemente stabile e capace di realizzare almeno alcune delle innovazioni di cui il nostro Paese ha urgente bisogno.

sabato 30 marzo 2013

La repubblica dei comici

Seguendo le vicende politiche italiane degli ultimi mesi e anni ho potuto constatare che il successo elettorale dei nostri politici sembra essere direttamente proporzionale alla loro abilità di comici. Beppe Grillo è indubbiamente il più bravo, quindi: grande successo. Anche Berlusconi è piuttosto bravo: la sua comicità è un po’ vintage, del genere avanspettacolo: comunque, anche a lui buon successo di pubblico e di critica. Bersani ha tentato di fare dello spirito, ispirandosi a Crozza: risultati a volte apprezzabili, ma nel complesso scarsi. Monti ha cercato in qualche occasione di fare lo spiritoso, forzando la sua natura, con risultati disastrosi. Gianfranco Fini ha mantenuto il suo atteggiamento serio, al limite del funereo: eliminato. Come potremmo definire un Paese così? Una volta si sarebbe detto: un Paese da operetta, ma oggi sono forse ben pochi quelli che sanno che cosa sia un’operetta; diciamo allora da cinepanettone? Alla luce di queste osservazioni, c’è da chiedersi come mai la sinistra non abbia ancora pensato di candidare Roberto Benigni: non solo è bravissimo, ma conosce anche perfettamente la nostra Costituzione!

mercoledì 6 marzo 2013

Appello ai senatori e deputati 5 stelle

Più di 8 milioni di italiani vi hanno votato, condividendo le vostre idee. Tanti altri italiani, pur non avendo votato per voi, vi guardano con simpatia e speranza. Hanno visto in voi un soffio di aria fresca e pulita, un’opportunità di miglioramento del modo di fare politica nel nostro Paese.
   Ora grava sulle vostre spalle una responsabilità enorme: rispondere alle aspettative dei vostri elettori e al tempo stesso farvi carico dei problemi dell’Italia, di tutti i cittadini italiani.
   Ora non è più il tempo degli slogan e delle battute, ora siete rappresentanti del popolo italiano ed è il tempo di mettersi al lavoro per il Paese, il tempo delle scelte e delle decisioni. Che dovranno essere ispirate al bene dell’Italia, non di una parte.
   Dovete essere consapevoli che risponderete delle vostre scelte soltanto alla vostra coscienza, (e al popolo italiano), e che non si tratterà mai di scelte facili e scontate.
   Le vostre cinque stelle dovrebbero  significare: onestà, rigore, solidarietà, competenza, trasparenza; e dovreste aggiungerne anche altre: responsabilità, rispetto delle istituzioni democratiche, onestà intellettuale, capacita di ascolto e di dialogo, concretezza, tolleranza.  
   E, per favore, smettetela di parlare di inciucio ogni volta che si tenta un dialogo. Chi di voi ha studiato ingegneria o architettura spieghi per favore agli altri che “compromesso” non è una parolaccia, e che un buon compromesso è alla base di ogni buon progetto.
   Dovete essere consapevoli che con le vostre scelte potrete determinare un futuro migliore per l’Italia, oppure aggravare e rendere irreversibile il suo declino.

sabato 5 maggio 2012


IL POTERE AI COMICI

Ma quando la smetteremo noi italiani di farci incantare da buffoni e imbonitori? Prima Mussolini, poi Berlusconi, adesso Grillo, è impressionante la continuità con cui gran parte del popolo italiano (la maggioranza, nei primi due casi) ci ricaschi. Dicono: ma Grillo dice anche delle cose giuste; certo, anche i primi due citati ne hanno dette, e persino fatte, di giuste: ma ciò non toglie che siano stati una rovina per l’Italia, il primo tragicamente, e oggi per quasi  unanime convinzione, il secondo farsescamente, e per convinzione ancora minoritaria. Gli italiani non sembrano ancora capire che non è con gli slogan accattivanti che si governa un  Paese.

giovedì 3 maggio 2012



La mancata creazione del fondo per la riduzione dell'imposizione fiscale


I nostri governanti “tecnici” sono certamente persone competenti e degne di stima; però a volte a me sembrano, francamente, un tantino ottuse; ad esempio, le motivazioni addotte per giustificare la mancata approvazione della costituzione di un fondo da destinarsi alla riduzione dell’imposizione fiscale mi sembrano a dir poco inadeguate. Siamo tutti consapevoli, credo, che non è questo il momento di abbassare le tasse: dobbiamo ancora vedere gli effetti dei provvedimenti adottati, e ancora da adottare, in materia di tagli di spesa e inasprimenti fiscali. Ma che cosa impediva di adottare fin d’ora un provvedimento che stabilisse delle regole per la destinazione delle risorse aggiuntive ottenute dalla lotta all’evasione fiscale e dalla riduzione delle spese? Non si trattava di spendere neppure un euro, nè di assumere precisi impegni in termini di importi: si trattava semplicemente di stabilire che, una volta fatta una verifica a consuntivo dei maggiori ricavi e delle minori spese,  le somme così ottenute venissero destinate in quote parti predefinite: alla riduzione del carico fiscale, alla riduzione del deficit di bilancio, alla riduzione dello stock del debito pubblico. L’effetto pratico immediato sarebbe stato nullo anche per i cittadini, naturalmente: ma non è forse importante dare anche qualche prospettiva?