Powered By Blogger

lunedì 24 ottobre 2016

PROPOSTA PER UN CENTRO DI RICERCA E FORMAZIONE SULL' EFFICIENZA ENERGETICA




IPOTESI PROGETTUALE
Per un CENTRO DI RICERCA E FORMAZIONE SU SISTEMI DI PRODUZIONE DI ENERGIA DA FONTE RINNOVABILE e sull’ EFFICIENZA ENERGETICA NEL TRASPORTO MARITTIMO


Sommario

  1. Premessa
  2. Le direttive europee
  3. Il Piano di Azione Nazionale
  4. La ricerca e la sperimentazione in campo energetico
  5. La proposta
  6. Dall’idea al progetto
  7. Tappe intermedie


  1. Premessa

L’ipotesi progettuale nasce dalla contestuale valutazione di aspetti connessi alle prospettive di evoluzione dei sistemi energetici a livello nazionale ed europeo, di aspetti socioeconomici relativi al territorio considerato1, di aspetti geofisici del territorio stesso.
Per quanto riguarda l’evoluzione dei sistemi energetici, è sufficiente richiamare brevemente le numerose direttive UE che hanno indirizzato gli stati membri verso la promozione dell’efficienza negli usi energetici e della produzione di energia da fonti rinnovabili (FER), nonché i provvedimenti nazionali adottati in attuazione delle suddette direttive.

Relativamente agli aspetti socioeconomici, il territorio è caratterizzato da alcuni anni da una situazione di pesante declino, per effetto di una transizione traumatica e tuttora non risolta da una economia basata essenzialmente sulla presenza di strutture militari (MMI, base USA) ad una futura, ma non ancora realizzata, economia basata sul turismo e il diporto nautico.
Infine, per quanto riguarda gli aspetti geofisici, il territorio è caratterizzato da elevata ventosità e livello di insolazione, condizioni essenziali per lo sfruttamento di due delle principali fonti energetiche rinnovabili. Sono inoltre presenti aree e infrastrutture sottoutilizzate che possono risultare idonee per l’installazione di impianti sperimentali.
Sembrano quindi sussistere le condizione favorevoli per ipotizzare un’iniziativa progettuale relativa alla realizzazione nel territorio dell’isola di un centro di ricerca, sperimentazione e formazione in campo energetico con riferimento all’utilizzo di FER e all’efficienza energetica nel trasporto marittimo.

La presente nota non si propone di assumere la veste di studio di fattibilità, ma soltanto di esporre un’idea di massima allo scopo di verificare se attorno ad essa può costituirsi un gruppo di soggetti interessati ad approfondirla e a dare eventualmente corso ai necessari studi preliminari di fattibilità.



  1. Le direttive europee

A livello dell’ Unione Europea, i primi passi verso una politica energetica comune sono stati fatti a partire dalla seconda metà degli anni ’90, soprattutto per quanto riguarda la promozione di un mercato liberalizzato dell’energia. Ma è con la ratifica del Protocollo di Kyoto, nel 2002, che si sono impostate le basi per una condivisione a livello europeo degli sforzi da compiere per costruire un sistema energetico ambientalmente compatibile nell’ottica più generale dello sviluppo sostenibile.
Un importante contributo in tal senso è stato compiuto attraverso la pubblicazione del Libro Verde sull’energia del 20062, con il quale la Commissione europea, propone una politica energetica articolata su tre obiettivi fondamentali: sostenibilità, competitività, sicurezza degli approvvigionamenti.
Da quel momento si sono succedute numerose iniziative comunitarie volte a delineare in maniera sempre più puntuale e dettagliata una politica energetica comune basata sullo sviluppo di un mercato dell’energia libero e paneuropeo, sulla promozione di un’economia verde ad elevata efficienza energetica e a basse emissioni di CO2, sulla garanzia di approvvigionamenti energetici sicuri, affidabili e competitivi.
Successivamente l’Unione europea, con il cosiddetto “pacchetto clima-energia” del 2009, ha compiuto importanti passi avanti nella creazione del nuovo sistema energetico europeo. Le misure studiate dalla Commissione europea sono gli strumenti con cui si intende raggiungere l’obiettivo di limitare a 2° C l’aumento medio della temperatura su scala planetaria rispetto all’epoca preindustriale: questo valore corrisponde al limite oltre il quale gli impatti dei cambiamenti climatici aumenterebbero drasticamente. Le ricerche dimostrano che, stabilizzando la concentrazione dei gas serra a 450 ppm di CO2 equivalente, la probabilità di raggiungere l’obiettivo dei 2° C è una su due3. A seguito di queste proposte della Commissione europea del 10 gennaio 20074, il Consiglio europeo, nell’ambito del Consiglio di primavera dell’8 e 9 marzo 2007, ha approvato i seguenti obiettivi, successivamente adottati dal Parlamento europeo attraverso una serie di direttive e regolamenti che raccolgono tutte le misure proposte5:
  • aumento dell’efficienza energetica per tagliare del 20% il consumo energetico dell’UE rispetto alle previsioni per il 2020;
  • incremento fino al 20% della percentuale rappresentata dalle fonti rinnovabili nel consumo energetico complessivo dell’UE entro il 2020 (per l’Italia l’obiettivo è fissato nel 17%);
  • incremento della percentuale minima costituita dai biocarburanti fino ad almeno il 10% del consumo totale di benzina e gasolio per autotrazione all’interno dell’UE, sempre entro il 2020;
  • riduzione delle emissioni inquinanti dei veicoli, in modo da raggiungere la soglia di 120 g di CO2/km entro il 2012;
  • promozione di una politica di cattura e stoccaggio del carbonio che sia compatibile con l’ambiente;
  • sviluppo ed estensione del sistema comunitario di scambio delle quote di emissioni dei gas serra (noto con la sigla EU ETS).
In relazione a questi obiettivi, la Commissione europea, inoltre, ha proposto che l’UE, nell’ambito dei negoziati internazionali, fissi l’obiettivo di abbattere le emissioni di gas serra dei paesi industrializzati del 30% (rispetto al livello del 1990) entro il 2020. Finché non verrà stipulato un accordo internazionale, e fatta salva la posizione che adotterà nei negoziati internazionali, l’UE si è comunque impegnata, in maniera autonoma, a ridurre le proprie emissioni di almeno il 20% entro il 2020 rispetto ai valori del 1990. Questi sono solo i primi passi verso una strategia energetica europea che si prevede dovrà condurre ad un taglio delle emissioni di CO2 del 60-80% (fino a ipotesi del 90%) rispetto ai livelli del 1990, in un quadro di riduzione delle emissioni del 50% a livello planetario rispetto al 1990.
In tale contesto, assume particolare rilevanza la Comunicazione della Commissione Europea COM(2011)112 del 8 marzo 2011, con la quale viene proposta al Parlamento Europeo una tabella di marcia verso un'economia competitiva a basse emissioni di carbonio nel 2050”. Essa descrive come poter conseguire, entro il 2050, l'obiettivo di ridurre le emissioni di gas a effetto serra dell'80-95% in modo economicamente sostenibile, prevedendo degli orientamenti per politiche settoriali, strategie nazionali e non, e investimenti a lungo termine finalizzati a ridurre le emissioni di CO2. In concreto la Commissione europea propone fasce di riduzione delle emissioni per alcuni settori chiave per il 2030 e il 2050.
La Commissione individua come tappa “intermedia” fondamentale per il conseguimento degli obiettivi a lungo termine in materia di clima e energia il raggiungimento dell’obiettivo di risparmio, entro il 2020, del 20% del proprio consumo di energia primaria. Allo scopo, insieme alla “Tabella di marcia verso un’economia a basse emissioni di carbonio nel 2050” di cui sopra, la Commissione ha presentato anche un apposito “Piano di efficienza energetica 2011” – COM(2011) 109.
Nel Piano la Commissione europea individua 6 settori chiave nei quali intervenire attraverso l’adozione di varie misure, in particolare:
  • il ruolo chiave che deve essere svolto dal settore pubblico;
  • il potenziale di risparmio energetico degli edifici del settore privato;
  • un nuovo approccio “energeticamente compatibile” nel settore industriale;
  • una migliore organizzazione degli strumenti di sostegno finanziario;
  • il miglioramento delle prestazioni energetiche dei dispositivi utilizzati dai consumatori;
  • i Trasporti come ambito fondamentale per il risparmio energetico.
In sostanza, l’Unione europea sta attuando una politica energetica che promuova una economia a basso tenore di carbonio, che significa realizzare un nuovo modo di produrre e consumare energia nei principali settori (edilizia, trasporti, industria) passando per un presupposto chiave per l’attuazione di questa politica di lotta ai cambiamenti climatici, costituito dalla effettiva realizzazione di un mercato europeo dell’energia completamente liberalizzato. Per attuare questi obiettivi, l’UE sta realizzando diverse iniziative volte alla promozione del risparmio energetico e alla diffusione delle fonti rinnovabili:
  • provvedimenti legati alla disciplina delle prestazioni energetiche in edilizia, a cominciare dalla direttiva 2002/91/CE recentemente aggiornata dalla direttiva 2010/31/UE, che fissa requisiti minimi di rendimento energetico degli edifici e disciplina i criteri generali della certificazione energetica degli edifici.
  • La direttiva 2006/32/CE concernente “l’efficienza degli usi finali dell’energia e i servizi energetici” fornisce il quadro giuridico di riferimento per la promozione dei servizi energetici e delle forme imprenditoriali (ESCO) in grado di renderli disponibili, realizzando interventi di efficientamento energetico dei sistemi esistenti e accettando un certo margine di rischio finanziario: il pagamento dei servizi forniti e degli investimenti effettuati si basa infatti sul risparmio derivante dal miglioramento dell'efficienza energetica conseguito.
L’adozione della direttiva 2006/32/CE ha rappresentato una tappa importante nella definizione di una politica comune europea per l’uso efficiente dell’energia. Uno degli aspetti più rilevanti della Direttiva è la previsione di obiettivi indicativi di risparmio energetico in capo ai singoli Stati Membri. In base al provvedimento, ogni Stato Membro dovrà raggiungere un obiettivo complessivo di risparmio energetico pari al 9% entro il nono anno di applicazione della Direttiva stessa (2016); la base di calcolo per la quantificazione dell’obiettivo è costituita dai consumi interni finali medi di energia registrati nei settori che rientrano nel suo ambito di applicazione, calcolati nei cinque anni precedenti per i quali sono disponibili i dati migliori. In linea con tale obiettivo, ogni Stato Membro è tenuto a predisporre e presentare alla Commissione Piani di Azione in materia di Efficienza Energetica (PAEE) negli anni 2007, 2011 e 2014.
In attuazione di quanto sopra, nel luglio 2007 il Governo Italiano ha predisposto e inviato alla Commissione Europea il Piano d’Azione Italiano per l’efficienza energetica 2007 .
La direttiva 2006/32/CE è stata recepita nell’ordinamento italiano attraverso il D.Lgs. 30 maggio 2008, n. 115, con il quale sono stati introdotti nel quadro normativo nazionale alcuni importanti concetti e strumenti funzionali alla promozione dell’uso efficiente dell’energia6. Tra i concetti introdotti per la prima volta nell’ordinamento nazionale si ritiene utile richiamare i seguenti:
  • «risparmio energetico»: la quantità di energia risparmiata, determinata mediante una misurazione o una stima del consumo prima e dopo l'attuazione di una o più misure di miglioramento dell'efficienza energetica, assicurando nel contempo la normalizzazione delle condizioni esterne che influiscono sul consumo energetico”;
  • «ESCO»: persona fisica o giuridica che fornisce servizi energetici ovvero altre misure di miglioramento dell'efficienza energetica nelle installazioni o nei locali dell'utente e, ciò facendo, accetta un certo margine di rischio finanziario. Il pagamento dei servizi forniti si basa, totalmente o parzialmente, sul miglioramento dell'efficienza energetica conseguito e sul raggiungimento degli altri criteri di rendimento stabiliti”;
  • «ESPCo»: soggetto fisico o giuridico, ivi incluse le imprese artigiane e le loro forme consortili, che ha come scopo l'offerta di servizi energetici atti al miglioramento dell'efficienza nell'uso dell'energia”;
  • «sistema di gestione dell'energia»: la parte del sistema di gestione aziendale che ricomprende la struttura organizzativa, la pianificazione, la responsabilità, le procedure, i processi e le risorse per sviluppare, implementare, migliorare, ottenere, misurare e mantenere la politica energetica aziendale”.
Il D.Lgs. n. 115/08 ha anche previsto7 che, con uno o più decreti del Ministro dello sviluppo economico e a seguito dell'adozione di apposite norme tecniche da parte dell'UNI-CEI, siano approvate una procedura di certificazione volontaria per le “ESCO” e per gli “esperti di gestione dell’energia” (“allo scopo di promuovere un processo di incremento del livello di qualità e competenza tecnica per i fornitori di servizi energetici”) e una procedura di certificazione per il “sistema di gestione energia” e per le diagnosi energetiche (“allo scopo di promuovere un processo di incremento del livello di obiettività e di attendibilità per le misure e i sistemi finalizzati al miglioramento dell'efficienza energetica”).
In attuazione di tale disposizione, nel mese di luglio 2009 è stata pubblicata la norma tecnica UNI CEI EN 16001 relativa ai “sistemi di gestione dell’energia”, nel mese di dicembre 2009 la norma CEI UNI 11339 che definisce i requisiti generali per la qualificazione degli “esperti in gestione dell’energia” e nel mese di aprile 2010 la norma UNI CEI 11352 che definisce i requisiti generali per la qualificazione delle “società che forniscono servizi energetici volti al miglioramento dell'efficienza energetica presso i propri clienti con garanzia dei risultati (ESCO)” e individua una lista di controllo per la verifica del possesso di tali requisiti.
Da ricordare, sempre in tema di risparmio ed efficienza energetica, anche la direttiva 2004/8/CE sulla promozione della cogenerazione basata sulla domanda di calore utile nel mercato interno dell'energia, recepita nel nostro Paese con il D.Lgs. 8 febbraio 2007, n. 20, orientata alla diffusione della cogenerazione (CHP), una tecnologia che consente risparmi di combustibile dell'ordine del 20-30% e oltre: attualmente, il potenziale nazionale di cogenerazione nell'industria e nei servizi è sfruttato soltanto per piccola parte. Uno studio del GSE rivela infatti che già nel 2010 l’Italia sarebbe in grado di aumentare del 70% il calore prodotto in cogenerazione. E’ in particolare il settore della micro e piccola cogenerazione applicata nel settore edilizio che può dare, in una ottica di generazione distribuita, un contributo notevole all’efficienza energetica complessiva del sistema.
Inoltre, la direttiva 2005/32/CE sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti che consumano energia, recepita nel nostro paese con il D.Lgs. 6 novembre 2007, n. 201, è stata aggiornata con la direttiva 2009/125/CE sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti connessi all’energia. La EUP è una direttiva “quadro”, che si applica mediante regolamenti riguardanti specifiche categorie di prodotti, che una volta approvati divengono automaticamente cogenti, prevedendo la impossibilità di immettere sul mercato i prodotti non conformi alle specifiche previste dal regolamento. Al riguardo, inoltre, la direttiva 2010/30/UE sulla indicazione del consumo di energia mediante l’etichettatura ed informazioni uniformi relative ai prodotti costituisce una “coppia funzionale” con la precedente relativa all’ecodesign, ed è l’esplicitazione del piano d'azione sulla politica industriale sostenibile che ha individuato l'etichettatura dei prodotti correlati all'energia come un mezzo per rafforzare le sinergie tra misure legislative esistenti.
Per quanto riguarda invece la promozione dello sviluppo delle fonti rinnovabili, si registra che la direttiva 2001/77/CE sulla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità, recepita nel nostro paese con il D.Lgs. 29 dicembre 2003, n. 387, è stata aggiornata con la direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili. Occorre ricordare che la citata direttiva 2001/77/CE (successivamente aggiornata dalla direttiva 2009/28/CE) prevedeva una serie di meccanismi volti a promuovere lo sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili con particolare riferimento alla produzione di energia elettrica. A tale scopo, sulla base dei dati del 1997, la direttiva proponeva obiettivi indicativi nazionali utili a conseguire gli obiettivi indicativi comunitari al 2010 del 12% di fonti energetiche rinnovabili sul consumo interno lordo di energia e del 22% di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili sul consumo interno lordo di energia elettrica. Per l’Italia l’obiettivo di energia elettrica prodotta a partire da fonti rinnovabili era del 25%, peraltro conseguibile soltanto qualora fossero soddisfatte alcune ipotesi di sviluppo del settore elettrico8. Oltre a questi obiettivi indicativi, la direttiva 2001/77/CE introduceva nell’ordinamento comunitario ulteriori meccanismi di sostegno delle fonti rinnovabili (quali ad esempio la “garanzia di origine”) e strumenti di promozione (valutazione dei regimi di sostegno nazionali delle fonti rinnovabili, semplificazione delle procedure amministrative, ecc.).
La revisione della direttiva 2001/77/CE mediante la direttiva 2009/28/CE ha comportato la ridefinizione dell’intero quadro di riferimento, a partire dalla stessa definizione di fonti rinnovabili di energia. Essa vincola i Paesi membri a definire ed aggiornare periodicamente un Piano di Azione Nazionale (PAN) per le energie rinnovabili, che faccia riferimento agli obiettivi stabiliti: per l’Italia, l’obiettivo fissato corrisponde al raggiungimento di una quota di energia da fonti rinnovabili pari al 17% dell’intero fabbisogno energetico nazionale.


  1. Il Piano di Azione Nazionale

In attuazione della Direttiva 2009/28/CE, il 30 giugno 2010 il Governo ha pubblicato il primo Piano di Azione Nazionale (PAN) per le Energie Rinnovabili (ai sensi dell’art. 4 della direttiva 2009/28/CE), con il quale viene definito il programma per raggiungere entro il 2020 l’obiettivo assegnato dall’Europa in termini di quota minima dei consumi lordi finali coperta da fonti energetiche rinnovabili (termiche ed elettriche).
La completa attuazione della direttiva 2001/77/CE, specie come modificata dalla direttiva 2009/28/CE, nel nostro Paese è tuttavia in grave ritardo: si pensi che solo recentemente sono state definite le Linee guida nazionali per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili9, ove è stato chiaramente indicato che “le sole Regioni e le Province autonome possono porre limitazioni e divieti in atti di tipo programmatorio o pianificatorio per l'installazione di specifiche tipologie di impianti alimentati a fonti rinnovabili ed esclusivamente10 secondo particolari criteri, dando così la possibilità finalmente alle regioni di disciplinare nel dettaglio la materia: in questo senso.
Coerentemente alle Linee guida nazionali, le Regioni provvedono pertanto ad indicare le aree e i siti non idonei alla installazione di specifiche tipologie di impianti energetici alimentati a fonti rinnovabili allo scopo di tutelare l’ambiente, il paesaggio, il patrimonio storico e artistico, le tradizioni agroalimentari e la biodiversità11.
D’altra parte è stato approvato il decreto di recepimento della direttiva 2009/28/CE, il “Decreto Romani”, che comporterà una serie di ripercussioni significative nell’ambito della promozione delle fonti rinnovabili. In particolare, sebbene possano essere considerate positivamente molte novità introdotte da tale decreto, soprattutto per il fotovoltaico rimane un ampio margine di incertezza che creerà certamente un rallentamento dello sviluppo di tale settore. Ci si riferisce, in particolare, al rapido susseguirsi di provvedimenti che disciplinano il riconoscimento delle tariffe incentivanti: dal Terzo Conto Energia (approvato con D.M. 6 agosto 2010), al Quarto conto del 2011 ed al Quinto del 2012.

  1. La ricerca e la sperimentazione in campo energetico


Alle attività di ricerca e sperimentazione compete evidentemente un ruolo di fondamentale importanza per conseguire gli obiettivi di efficienza energetica e di utilizzo delle FER fissati dalle pianificazioni europea e nazionale. Per quanto riguarda le FER si riporta qui di seguito quanto viene affermato in proposito dal soprarichiamato PAN:


Sebbene il formato del Piano di azione non preveda esplicitamente azioni di ricerca e innovazione, si
ritiene comunque importante evidenziare lo sforzo presente e futuro sulla ricerca ………, dalla quale ci si attendono soluzioni in grado di assicurare un crescente utilizzo delle rinnovabili, la riduzione dei costi e lo sviluppo di opportunità industriali e occupazionali.
- Programma Industria 2015.
Il sottoprogramma “efficienza energetica” mette a disposizione risorse destinate alla realizzazione
di progetti innovativi, in particolare nel fotovoltaico e nell’eolico. Attualmente i 30 progetti
vincitori del bando coinvolgono 234 imprese (di cui il 54% di piccole e medie dimensioni) e 160
enti di ricerca, attivando oltre il doppio di investimenti in attività di ricerca e sviluppo, di cui il 20%
nel Mezzogiorno.
- Ricerca di sistema nel settore elettrico.
Il Piano triennale 2009-2011 mette a disposizione oltre 200 milioni di euro per progetti di enti di
ricerca e imprese, di cui una parte significativa destinata alle rinnovabili. La disponibilità strutturale
e continua di risorse rende tale strumento particolarmente prezioso per il perseguimento di obiettivi
di medio e lungo termine.
- Programma operativo nazionale ricerca e competitività del Quadro comunitario di sostegno 2007-
2013.
Tale programma individua, tra le aree scientifico-tecnologiche di valenza strategica, lo sviluppo di
filiere coerenti con i temi prioritari di ricerca individuati a livello comunitario tra le quali:
generazione distribuita, cogenerazione, energia solare, rifiuti, biofuel, geotermia, elettrochimica, usi
razionali dell’energia, riduzione emissioni, e altri ancora.
- Bando Ministero Politiche Agricole Alimentari e Forestali per il finanziamento di progetti di
ricerca nel settore Bioenergetico.
Tale bando mette a disposizione risorse per l’attuazione di progetti di ricerca riguardanti le seguenti tematiche: ottimizzazione delle filiere esistenti avvalendosi della ricerca agronomica, genetica e della LCA; sviluppo di filiere produttive per l’ottenimento di biocarburanti di seconda generazione; sviluppo nella filiera del biodiesel di programmi per il recupero dei sottoprodotti; sviluppo nella filiera del biogas di programmi per il recupero dei prodotti di scarto e per l’ottimizzazione della fermentazione delle biomasse.
In generale, il Governo intende orientare e potenziare gli strumenti di sostegno alla ricerca e
all’innovazione, con l’obiettivo di rafforzare la capacità competitiva dell’industria su quelle tecnologie e applicazioni per le quali, a fronte di un significativo potenziale di diffusione, sia presente un tessuto produttivo dotato del necessario know how per lo sviluppo delle predette tecnologie e applicazioni.”



E’ opportuno a questo punto ricordare che le attività di ricerca nel campo delle energie rinnovabili si svolgono presso le Università, ma anche presso centri di ricerca sia privati che pubblici : in particolare, a livello nazionale è assegnato all’ENEA un ruolo essenziale in questo campo. Diversi progetti di ricerca sono poi realizzati mediante forme di collaborazione fra Università, centri di ricerca e imprese.

Le tematiche da affrontare nell’ambito della ricerca in materia di energia in generale e di FER in particolare sono assai numerose, e possono riguardare12:
  • le fonti
  • i vettori energetici
  • le tecnologie di produzione
  • le tecnologie di trasporto e distribuzione dei vettori energetici

L’attività di ricerca può rientrare, com’è noto, nella tipologia della ricerca di base, ovvero nella ricerca applicata e nella sperimentazione; mentre la prima tipologia può essere opportunamente riservata alle Università ed ai centri di ricerca esistenti, anche per non disperdere risorse limitate in molte direzioni, la seconda può trovare nuovi spazi anche attraverso una individuazione di alcuni specifici settori sui quali concentrare l’attività.
Un’importante attività di ricerca applicata sui sistemi energetici è svolta anche da RSE – Società per Azioni controllata dal GSE , Società pubblica cui sono stati assegnati compiti di grande rilievo nel governo del sistema energetico nazionale, con particolare riguardo alle fonti rinnovabili.

  1. La proposta

La presente proposta si riferisce all’ipotesi di realizzare nel territorio dell’isola di La Maddalena una struttura finalizzata a svolgere un’attività di ricerca applicata e sperimentazione riguardante le seguenti 5 aree specifiche:
  • i sistemi fotovoltaici
  • il solare termico
  • gli impianti eolici
  • la produzione di biocombustibili dalle alghe
  • l’efficienza energetica nel trasporto marittimo

.
La focalizzazione sulle aree suddette13 è ovviamente dettata dalle caratteristiche del territorio che presenta peculiarità idonee ad agevolare un’efficace attività di sperimentazione nei settori nei quali è richiesta ampia disponibilità di radiazione solare, vento, risorse marine.

La tipologia di attività che potrebbero essere svolte dal centro può essere articolata, in linea di massima:
  • sperimentazione e sviluppo di prototipi
  • verifiche di conformità di componenti
  • studi d’impatto ambientale
  • valutazioni di efficienza di sistemi
  • sviluppo di sw dedicati
  • progettazione di componenti e sistemi
  • progettazione e collaudo di impianti
  • formazione
  • assistenza agli enti pubblici, energy management
  • diffusione culturale in campo energetico




  1. Dall’idea al progetto

Come già detto in premessa, con questo documento non s’intende presentare un progetto, né uno studio di fattibilità, ma soltanto un’idea: per passare dall’idea al progetto occorre prevedere una serie di passaggi e la graduale messa in campo di competenze adeguate. In linea di massima si possono prevedere le seguenti fasi:

  1. presentazione dell’idea progettuale
  2. verifica dell’interesse e della disponibilità dei soggetti coinvolti e da coinvolgere
  3. formazione di un gruppo di lavoro per lo sviluppo dell’iniziativa
  4. elaborazione di uno studio di fattibilità
  5. sulla base dello studio suddetto, verifica della disponibilità a sviluppare il progetto
  6. costituzione di una struttura consortile o societaria finalizzata allo sviluppo del progetto
  7. ricerca delle fonti di finanziamento14
  8. progettazione di massima
  9. svolgimento delle procedure autorizzative
  10. progettazione esecutiva delle strutture fisiche e dell’assetto organizzativo
  11. ricerca, selezione e formazione delle risorse umane occorrenti15


Ovviamente, nel caso di mancato interesse da parte di un numero significativo di soggetti rilevato nella fase a) il percorso s’interrompe, e analogamente se ciò si verifica nella fase e).

Gli Enti che si ritiene opportuno coinvolgere, in una prima fase e in momenti successivi potrebbero essere i seguenti:

  • Regione Sardegna
  • Provincia OT
  • Comune di La Maddalena
  • Università di Cagliari
  • Università di Sassari
  • SFIRS S.p.A.
  • Sardegna Ricerche

  • RSE – Ricerca sul Sistema Energetico S.p.A.
  • ENEA – Azienda Nazionale per le nuove tecnologie, l’Energia e lo sviluppo economico sostenibile
  • ENEL Green power S.p.A.
  • Ministero dell’Università e della Ricerca
  • SAREMAR
  • Gruppo MARCEGAGLIA

In una prima fase, si ritiene opportuno verificare l’interesse nei confronti dell’idea progettuale da parte dei primi sette Enti sopra elencati16: è infatti evidente che la sussistenza di tale interesse costituisce una precondizione essenziale per gli ulteriori passi da compiere.


  1. Tappe intermedie

Anche nell’ipotesi più favorevole di una manifestazione d’interesse nei confronti del progetto da parte di uno o più dei destinatari della proposta, può essere opportuno ipotizzare un percorso attuativo che preveda alcune tappe intermedie che presentino comunque esse stesse iniziative di una certa validità. Ad esempio, in una prima fase si potrebbe organizzare un luogo d’incontro e di confronto fra Enti e strutture che già operano nel campo della ricerca e della sperimentazione sui sistemi energetici.

Si ringrazia per l’attenzione e si resta a disposizione per eventuali approfondimenti.


Domenico Pilolli


Modena, 31 maggio 2012
1 Regione Sardegna e, in particolare, Comune di La Maddalena
2 COM(2006) 105 definitivo – Libro verde “Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura”.
3 Rispetto a una probabilità su sei se la concentrazione raggiunge le 500 ppmv e a una su sedici se la concentrazione è di 650 ppmv. Si veda al riguardo la COM(2007) 2 definitivo - Limitare il surriscaldamento dovuto ai cambiamenti climatici a +2 gradi Celsius - La via da percorrere fino al 2020 e oltre.
4 COM(2007) 1 definitivo – Una politica energetica per l’Europa.
5 Si vedano la Direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, la Direttiva 2009/29/CE che modifica la direttiva 2003/87/CE al fine di perfezionare ed estendere il sistema comunitario per lo scambio delle quote di emissione di gas ad effetto serra, la Direttiva 2009/30/CE che modifica la direttiva 98/70/CE per quanto riguarda le specifiche relative a benzina, combustibile diesel e gasolio nonché l’introduzione di un meccanismo inteso a controllare e ridurre le emissioni di gas a effetto serra, modifica la direttiva 1999/32/CE del Consiglio per quanto concerne le specifiche relative al combustibile utilizzato dalle navi adibite alla navigazione interna e abroga la direttiva 93/12/CEE, la Direttiva 2009/31/CE relativa allo stoccaggio geologico di biossido di carbonio e recante modifica della direttiva 85/337/CEE del Consiglio, delle direttive del Parlamento europeo e del Consiglio 2000/60/CE, 2001/80/CE, 2004/35/CE, 2006/12/CE, 2008/1/CE e del regolamento (CE) n. 1013/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, il Regolamento (CE) n. 443/2009 che definisce i livelli di prestazione in materia di emissioni delle autovetture nuove nell’ambito dell’approccio comunitario integrato finalizzato a ridurre le emissioni di CO2 dei veicoli leggeri.
6 Art. 2, comma 1 del D.Lgs. 30 maggio 2008, n. 115.
7 Art. 16, commi 1e 2 del D.Lgs. 30 maggio 2008, n. 115.
8L’obiettivo per l’Italia del 25% di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili sul consumo interno lordo di elettricità, infatti, era ritenuto poco attendibile: più realistico, come peraltro espresso in nota nell’allegato alla direttiva 2001/77/CE che fissa i valori di riferimento degli obiettivi indicativi nazionali degli stati membri relativi al contributo dell’elettricità prodotta da fonti energetiche rinnovabili al consumo lordo di elettricità entro il 2010, un obiettivo del 22% nell’ipotesi che al 2010 il consumo interno lordo di energia elettrica ammonti a 340 TWh. Nel tener conto dei valori di riferimento enunciati nel citato allegato, l’Italia muove dall’ipotesi che la produzione interna lorda di elettricità a partire da fonti energetiche rinnovabili rappresenterà nel 2010 fino a 76 TWh, cifra che comprende anche l’apporto della parte non biodegradabile dei rifiuti urbani e industriali utilizzati in conformità della normativa comunitaria sulla gestione dei rifiuti. Al riguardo si rileva e la capacità di conseguire l’obiettivo indicativo enunciato nell’allegato dipende, tra l’altro, dal livello effettivo della domanda interna di energia elettrica nel 2010. In effetti, l’obiettivo del 25% pare attualmente raggiungibile grazie alla diminuzione dei consumi di energia elettrica verificatisi per effetto della crisi economica manifestatasi a partire dal 2008.
9 Linee guida allegate al D.M. 10 settembre 2010.
10 Punto 1.2 delle Linee guida allegate al D.M. 10 settembre 2010.
11 Paragrafo 17 delle Linee guida per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili allegate al D.M. 10 settembre 2010.
12 Elencazione puramente indicativa e certamente non esaustiva
13 Senza peraltro escludere che gli ambiti d’interesse possano successivamente espandersi verso altri settori.
14 Si può presumere, in linea di larga massima, che l’investimento complessivo occorrente sia dell’ordine di 5 – 6 milioni di €
15 In linea di larga massima, si può presumere che si debba gradualmente procedere all’assunzione di personale nella misura di 15 – 20 persone : in gran parte si tratterà di laureati in discipline scientifiche.

16 Soltanto a tali Enti viene pertanto inviata la presente proposta.

domenica 28 agosto 2016

Tasse e solidarietà

A proposito di quanto scrive il Sig. Libero Petrucci (su Repubblica del 28 agosto) che, avendo versato il 60% dei suoi guadagni in tasse allo Stato, ritiene di non compiere alcun atto di solidarietà per i terremotati. Anch’io l’anno scorso ho versato allo Stato quasi il 60% dei miei guadagni ; tuttavia ho donato i 2 euro con sms e fatto un bonifico pro sisma. Bisognerebbe cacciare in testa a tutti gli italiani, professionisti e non, che pagare le tasse non è un’elargizione, ma un dovere civico. Punto. Beneficenza e solidarietà sono tutt’altra cosa. Le tasse si pagano (si dovrebbero pagare) in base al reddito, la beneficenza si fa in base alla personale sensibilità.


                                                               Domenico Pilolli

lunedì 26 ottobre 2015

Gli slogan di Matteo Renzi

Non sopporto più le semplificazioni furbastre di Matteo Renzi. Dice: abbassare le tasse non è nè di destra nè di sinistra. Non è assolutamente vero! Dipende da come lo fai: se tagli del 10% le imposte a tutti fai una cosa di destra, se tagli in maggior misura i redditi più bassi fai una cosa di sinistra.

martedì 10 marzo 2015

LARGO AI GIOVANI?
  Oggi, forse più che in altri periodi storici, si tende a riempirsi la bocca di considerazioni sui giovani, da una parte compiangendo le giovani generazioni che trovano  meno opportunità di lavoro delle precedenti; dall’altra  esaltandone le potenzialità e invocando “rottamazioni” e ricambi generazionali che buttino fuori i vecchi per dare spazio ai giovani. Tralasciando il primo tipo di considerazioni, che certo sono ben giustificate dai dati drammatici sulla disoccupazione giovanile in Italia (attualmente oltre il 40% !), vorrei soffermarmi sul secondo tipo che raccoglierei in blocco sotto la denominazione di “giovanilismo”. L’esaltazione del giovanilismo non è certo una novità: senza risalire alle antiche civiltà greche e romane, basterà ricordare il “largo ai giovani” dell’Italia fascista, slogan associato ai miti tipicamente maschilistici dell’epoca. Oggi quello slogan sembra tornato d’attualità, soprattutto a proposito del rinnovamento della classe politica. Sacrosanto, questo rinnovamento, viste le prove non esaltanti fornite da tanti, troppi politici nel corso degli ultimi decenni; ma è fastidioso, per me ingiusto e inaccettabile, farne una questione di età anagrafica:  la giovane età non garantisce un bel nulla;  gli imbecilli, i disonesti, i furbastri si possono ritrovare in qualsiasi classe di età. Così come si possono ritrovare “belle persone” (raramente, certo!) di ogni età. E allora, perché non provare ad accantonare frasi fatte e slogan correnti? Per un attimo, proviamo a cambiare prospettiva, e magari a sognare una società “ideale”. Io me la immagino aperta a tutti: giovani, meno giovani, anziani e vecchi. Che a tutti venga data le possibilità di esprimersi, e di dare un  contributo alla società, ciascuno secondo le sue capacità, competenze, esperienze. Senza pretendere che i vecchi siano tutti  depositari di saggezza (ci sono anche gli eterni adolescenti!), né che i giovani siano tutti pieni di energia e voglia di fare (ci sono anche i nati stanchi!). Utopia? Si, certamente. Ma le utopie  hanno il pregio di far riflettere e, qualche volta, contribuiscono a migliorare il mondo.


sabato 11 ottobre 2014

I 5 CANCRI CHE MINANO LA SALUTE DELL’ITALIA

Mi rendo conto che la metafora è sgradevole, ma come definire in altro modo le  cinque più gravi malattie che affliggono il nostro Paese ? Soprattutto volendo richiamare l’attenzione su di esse con la massima durezza, esprimendo così anche il sentimento di esasperazione  che si prova nel vederne in genere abbastanza sottovalutate la gravità e l’assoluta urgenza di contrastarle. Parliamone di queste malattie: la corruzione diffusa, l’evasione fiscale a livelli insopportabili, la diffusione della criminalità organizzata, l’inefficienza della giustizia civile, penale, amministrativa, l’enorme debito pubblico.
La corruzione diffusa: se ne stima l’entità economica in 70 miliardi, ma non è tanto questo dato che può misurarne l’effetto devastante:  più che l’aspetto economico diretto contano le conseguenze indotte in termini di reputazione del Pese, di perdita di fiducia dei cittadini nelle istituzioni, di deterioramento generalizzato dell’etica nazionale.
L’evasione fiscale: a livelli tra i più elevati al mondo. Se ne stima l’entità intorno ai 150 miliardi, circa il 10% del Pil; le conseguenze più immediate sono ben note: una pressione fiscale pesantissima su coloro che pagano regolarmente le tasse, una rilevante riduzione delle capacità di spesa dello Stato.
La diffusione della criminalità organizzata: dominante in tre regioni del sud, con una crescente penetrazione anche al nord; e con un giro d’affari sporchi che porta ad un “fatturato” da grande azienda, stimato da qualcuno superiore a 130 miliardi.
L’inefficienza della giustizia civile, penale, amministrativa: in questo caso è impossibile azzardare una stima attendibile delle ricadute economiche dirette, ma è indubbio che le conseguenze sull’economia in generale, e sulla propensione agli investimenti in particolare, sono pesantissime e ben note. 
Il debito pubblico dell’Italia è da anni ai massimi livelli : ad oggi 2.170 miliari, pari al 136% del Pil, e in continua crescita. Questo comporta un onere annuo di circa 90 miliardi di interessi passivi, una delle principali voci di spesa del bilancio nazionale: un fardello che limita pesantemente le capacità di spesa dello Stato e impedisce l’adozione di misure significative di riduzione della pressione fiscale.  Tutto questo potrebbe sembrare la scoperta dell’acqua calda, giacchè non è vero che non si parli abbastanza di questi mali dell’Italia: se ne parla nei talk show, se ne scrive sui giornali, e in qualunque programma elettorale si possono leggere tante parole in proposito. Si, ma è proprio questo il punto: si scrivono due o tre paragrafi su questi temi, tra decine di altri paragrafi che trattano i più svariati argomenti, alcuni dei quali certamente importanti: non c’è dubbio, ad esempio, che il problema dell’occupazione sia estremamente grave, giustamente il più sentito dalla gente, come importante è anche il tema dell’inefficienza della PA, e tanti altri. Ma quello che manca è il senso della priorità: i cinque cancri citati non si possono mettere sullo stesso piano dei mille altri problemi che affliggono il Paese, occorre che si abbia la consapevolezza dell’enorme gravità di questi cinque “macroproblemi”, del loro essere “a monte” di tutti gli altri, della necessità e urgenza di affrontarli con la massima determinazione e tutti insieme. Esiste infatti una sorta di “sinergia negativa” che determina un effetto che, nel complesso, supera la somma degli effetti prodotti da ciascuno di questi bubboni. Specularmente, una forte azione di contrasto coordinata nei confronti dei 5 morbi produrrebbe  una sinergia positiva in grado di potenziare e rendere più efficaci le singole azioni.
Fino a quando non saranno affrontate con decisione, cambiando metafora, le 5 enormi palle al piede con le quali l’Italia è costretta a competere con altri paesi, il declino del nostro paese sarà inarrestabile.
Naturalmente, non è pensabile di recidere le 5 malformazioni, a colpi di bisturi, in tempi brevi: occorre un tempo adeguato, e in ogni caso non è realistico pensare di poterle annullare radicalmente. Sarebbe sufficiente un significativo ridimensionamento, che ci avvicini ai parametri caratteristici dei paesi più virtuosi. Si potrà anche obiettare che qualcosa è stato fatto o si sta per fare per contrastare i  5 mali; si, appunto: qualcosa. Ma non basta, è drammatica la distanza tra la rilevanza delle azioni in campo e la gravità delle situazioni.
Occorrerebbe una mobilitazione coordinata e costante di tutte le istituzioni e di tutte le strutture dello Stato, della società, dei media; occorrerebbe prima di tutto una diffusa consapevolezza  sulle priorità, poi una pianificazione di azioni che muova dalla definizione di precisi obiettivi espressi chiaramente in termini di quantità e tempi; obiettivi realistici, ma sufficientemente sfidanti. E infine: un costante monitoraggio della situazione di fatto in rapporto agli obiettivi, e l’adozione tempestiva di azioni correttive nel caso di scostamenti significativi tra i risultati ottenuti e quelli attesi.
  Provo un senso di grande sconforto nel constatare che, mentre i nostri maggiori mali progrediscono inesorabili, ci si trastulli per mesi discutendo su temi che saranno pure di una certa rilevanza (riforma del Senato, legge  elettorale, articolo 18, ecc.) ma nella scala delle priorità si collocano a distanze abissali rispetto ai temi fondamentali che ho richiamato.
  So che non è corretto sommare semplicemente gli effetti economici dei cinque fattori: ma, soltanto per disporre di un riferimento  numerico, credo si possa considerare che l’ordine di grandezza delle risorse complessivamente  in gioco sia intorno ai 500 miliardi di euro; se si riuscisse non dico a dimezzare, ma almeno a ridurre del 30% questo enorme dispendio di risorse, quante buone cose si potrebbero realizzare con 150 miliardi?



domenica 20 luglio 2014


Le piccole grandi città d’Italia

Le  piccole città in Italia: una realtà tanto diffusa quanto misconosciuta e da valorizzare


    Leggevo, qualche giorno fa, un articolo di Piero Ottone che descriveva un’esperienza positiva di un suo conoscente che, di passaggio in una città italiana, aveva potuto riscontrare comportamenti civili in un ambiente sereno e confortevole; l’autore quasi se ne scusava, non essendo usuale per i media riportare esperienze positive, perché ritenute non-notizie.
   L’episodio descritto nell’articolo si riferiva a una grande città (Milano, presumo), ma questa lettura mi ha dato lo spunto per una diversa riflessione: se vogliamo trovare nel nostro Paese esempi di civiltà e buona qualità della vita, non dobbiamo guardare le metropoli, ma i tanti piccoli e medi centri urbani. Pochissima attenzione è dedicata dai mezzi di comunicazione a queste realtà, così diffuse nel territorio e così misconosciute. Eppure, l’84% degli italiani (oltre 50 milioni) vive in città con meno di 200.000 abitanti: ed è in queste città che possiamo riscontrare numerosi casi di buon governo locale, di civismo degli abitanti, di servizi efficienti; città, si usava dire con espressione ormai un po’ logora, “a misura d’uomo”. Non fanno notizia? Certo, se le cose funzionano non si sa che cosa dire, i cronisti e le telecamere arrivano a frotte nelle piccole città solitamente tranquille soltanto quando vi succede qualche fatto da cronaca nera; con l’inevitabile seguito di interviste demenziali ai vicini di casa della vittima (solare, piena di voglia di vivere) e dell’assassino (una persona tanto per bene). Si, conosciamo le regole del giornalismo: le famose 5 w, il cane che morde un uomo che non fa notizia, eccetera; ma non mi pare giusto ignorare la quotidianità di queste realtà, forse è proprio grazie ai 50 milioni di italiani che vivono e lavorano “in provincia” che questo Paese in qualche modo va avanti.  Non posso e non voglio riportare degli esempi: l’elenco risulterebbe al tempo stesso troppo lungo e troppo limitato, dal momento che l’esperienza diretta di una singola persona non può che essere estremamente parziale. Ma sarebbe bello che, non da giornalisti, ma da cittadini, ciascuno di noi, guardandosi intorno, provasse a scoprire alcune di queste realtà positive e, magari, le facesse conoscere: sono convinto che dall’insieme delle testimonianze scaturirebbe un’immagine del nostro Paese migliore di quella che usualmente gli viene attribuita. Sia chiaro, però, che con queste riflessioni non intendo riproporre la vecchia idea del “piccolo è bello”. So benissimo che piccolo può essere brutto, bruttissimo; voglio solo dire che nel piccolo è più probabile ritrovare dei buoni esempi.



sabato 25 maggio 2013

Un patto per gli investimenti

La crescente disoccupazione , in particolare giovanile, è certamente per unanime convinzione il più grave problema dell’Italia di oggi; altrettanto generalizzata mi pare l’opinione che per generare nuova occupazione si debbano avviare nuovi investimenti. Il settore pubblico può certamente agire in questo senso, ma la limitatezza delle risorse disponibili rende comunque insufficiente l’intervento dello Stato e degli Enti pubblici: indispensabile quindi un forte impegno delle imprese. Pur nella generale situazione nazionale di grave difficoltà e disagio del mondo della produzione di beni e servizi, esistono tuttavia tante imprese di successo, di medie e grandi dimensioni, sufficientemente “robuste” dal punto di vista finanziario, in grado di sostenere politiche di sviluppo. Penso quindi che si potrebbe chiedere a questo tipo d’imprese a quali condizioni potrebbero compiere un ulteriore sforzo, coordinato e stimolato dallo Stato, per incrementare il volume dei loro investimenti (ad esempio, di almeno il 10%) rispetto a quanto già previsto dai rispettivi piani industriali. Un impegno congiunto in questo senso, orientato in particolare alla ricerca e all’innovazione, potrebbe generare importanti sinergie a beneficio di tutto il sistema produttivo del nostro Paese. Si tratterebbe in sostanza di “mettere attorno a un tavolo” le migliori imprese italiane e chiedere loro un impegno aggiuntivo con un’azione di moral suasion integrata, al più, da limitate incentivazioni fiscali e/o da semplificazioni normative e/o agevolazioni creditizie, curando naturalmente che il tutto avvenga con modalità trasparenti, non discriminatorie, e tali da rispettare le normative dell’UE in materia di aiuti di Sato. L’operazione andrebbe condotta, ovviamente, coinvolgendo le organizzazioni imprenditoriali e le Regioni, in quello che potrebbe definirsi un grande “patto nazionale per gli investimenti”.